Femminismo e animalismo: unite per i diritti dei più deboli

Lizzy Lind af Hageby

In occasione della Festa della Donna, vogliamo ricordare come spesso le donne impegnate nei primi movimenti per la liberazione femminile furono anche appassionate attiviste per diritti degli animali. Tra tanti esempi, ricordiamo la figura della femminista svedese Lizzy Lind af Hageby in un affascinante saggio della Prof.ssa Bruna Bianchi, che insegna Storia delle donne e questioni di genere e Storia del pensiero politico contemporaneo all’Università Cà Foscari di Venezia, pubblicato nel volume Per gli animali è sempre Treblinka.Il saggio ricostruisce l’impegno di Lizzy Lind af Hageby (1878-1963)- femminista, pacifista, animalista e vegetariana – contro la vivisezione a partire dal 1902 quando, con l’amica Liesa von Shartau, si iscrisse alla London School of Medicine for Women per denunciare le crudeli sperimentazioni sugli animali. Il diario della loro esperienza, in cui veniva descritto un episodio di vivisezione su un piccolo cane nero sottoposto a ripetuti interventi da parte due noti fisiologi, diede avvio al caso giudiziario più controverso dell’epoca e diede un nuovo impulso alle campagne antivivisezioniste basate sulle manifestazioni pubbliche di massa. Nella seconda parte il saggio si sofferma sulla attività della femminista svedese nel corso della Prima guerra mondiale quando si impegnò nel movimento pacifista e organizzò ospedaletti per la cura dei cavalli di guerra feriti. Nella terza parte infine sono analizzati due scritti degli anni Venti in cui l’autrice riassume le sue convinzioni e la sua attività: Be Peacemakers. An Appeal to Women of the XXth Century to Remove the Causes of War (1924) e “Ecrasez l’infâme!”An Exposure of the Mind, Methods, Pretences and Failures of the Modern Inquisition (1929).

Per ragioni di spazio, qui pubblichiamo un breve estratto – il primo paragrafo e la conclusione -, e rinviamo al volume per la lettura completa.

“I mattatoi della scienza”. Le campagne contro la vivisezione di Lizzy Lind af Hageby (1902-1918)

A partire dagli ultimi. Femminista, pacifista, riformatrice sociale, Emilie Augusta Louise (“Lizzy”) Lind af Hageby1 fu la leader indiscussa a livello internazionale del movimento antivivisezionista nella prima metà del Novecento. Nella sua riflessione il materialismo che permeava la scienza, la volontà di dominio sulla natura, la guerra, l’oppressione delle donne, lo sfruttamento dei poveri e dei popoli colonizzati erano questioni strettamente connesse. Il “delirio distruttivo” che pervadeva la struttura profonda della società richiedeva che anche i riformatori si riconoscessero in uno spirito comune e non limitassero la propria esperienza e il proprio agire a un unico male sociale. Benché il pacifista, il riformatore, il sostenitore della sobrietà, la femminista, il vegetariano e l’antivivisezionista non ne siano consapevoli, e talvolta addirittura rifiutino l’idea di essere vicini gli uni agli altri, il loro cammino è illuminato dalla stessa luce e li conduce verso lo stesso obiettivo. Nata a Jönköping nella Svezia meridionale il 20 settembre 1878, figlia di un giudice e nipote del ciambellano del re di Svezia, già negli anni Novanta si impegnò insieme all’amica Leisa Schartau nei movimenti riformatori di Stoccolma: per il miglioramento delle condizioni di vita nelle prigioni, per l’abolizione del lavoro minorile e della prostituzione, per il suffragio femminile. “È come se la vita – scriverà qualche anno più tardi – sia resa più tollerabile solo dal fermento riformatore”. Trasferitasi nel 1900 in Inghilterra, dove acquisì la cittadinanza dodici anni più tardi, visse a Londra al Browning Settlement. Da Londra, sempre con Leisa Schartau, si recò a Parigi dove visitò l’Istituto Pasteur: “Eravamo andate per imparare e ammirare […] Trovammo gabbie su gabbie; in ampi locali centinaia di animali ai quali erano state inoculate malattie soffrivano e morivano […]. Da quel momento il destino degli animali sottoposti a vivisezione divenne l’oggetto costante del mio impegno”.

Nel corso di una vita impegnata in molte battaglie, non perderà mai di vista le sofferenze dei più deboli, di tutti coloro che erano trattati con crudeltà e noncuranza. Dalle prime campagne contro la vivisezione, a quelle per la cura dei cavalli feriti e dei bambini affetti da tubercolosi e rachitismo nella Prima guerra mondiale, alla istituzione di un rifugio per animali abbandonati e di un asilo per i bambini dispersi nella Seconda, gli “ultimi” non saranno mai dimenticati.

Nella convinzione che per contrastare la pratica della vivisezione occorresse avanzare argomentazioni rigorose, si iscrisse alla London School of Medicine for Women. Non bastava più deridere e diffamare i fisiologi-torturatori, “i demoni usciti dall’inferno”, come li aveva definiti Frances Power Cobbe, ora l’attivista doveva acquisire una conoscenza approfondita della medicina e del mondo animale e dimostrare con competenza che una pratica irrispettosa della vita non poteva condurre ad alcun reale vantaggio per la salute. Nel 1906 fondò la Anti-vivisection and Animal Defence Society (ADAVS) e nel 1909 la Anti-vivisection Review entrambe aperte a tutti coloro, in primo luogo ai medici, che si opponevano alla vivisezione sul piano scientifico, morale e sociale10. Nella ADAVS, così come nelle organizzazioni ottocentesche, le donne costituivano la grande maggioranza (82%).

Scrisse nel 1905 che erano state le donne le ispiratrici del rinnovamento sociale nel secolo precedente: Florence Nightingale, che aveva fondato l’assistenza infermieristica, Bertha von Suttner che aveva introdotto l’idea di un tribunale internazionale per dirimere i conflitti, Harriet Beecher Stowe “che [aveva portato] i lamenti degli schiavi alle orecchie del mondo”, Elisabeth Fry e Josephine Butler che avevano dato inizio a una nuova era rispettivamente per i carcerati e per le “sorelle cadute” nella rete della prostituzione, Frances Power Cobbe e Anna Bonus Kingsford che avevano sostenuto il diritto alla vita degli animali, vittime della “scienza sacrificale”. Dal loro esempio traeva forza il movimento antivivisezionista.

Come nell’Ottocento, il dibattito sulla vivisezione assunse una connotazione di genere molto marcata. Se infatti le donne erano pronte a identificarsi con l’animale maltrattato e a impegnarsi per l’abolizione di una pratica crudele, fisiologi e studenti di medicina si schierarono per lo più a difesa di una sperimentazione di laboratorio senza limiti. Per essi la vivisezione era il simbolo della libertà della scienza; per le donne del movimento era il simbolo della frattura tra etica e scienza, l’espressione estrema della volontà di dominio sulla natura e sui deboli. Sotto la direzione di Lind af Hageby la ADAVS inaugurò un nuovo modo di protestare, quello delle manifestazioni e delle sottoscrizioni pubbliche di massa; l’associazione tentò inoltre di dar vita ad un istituto di ricerca fisiologica e patologica che escludesse la vivisezione e, nella convinzione che la sperimentazione sugli animali fosse il prodotto di una cultura che ammetteva l’uccisione degli animali per l’alimentazione umana, si impegnò per la diffusione della dieta vegetariana. Il tema del vegetarismo fino ad allora era stato il meno condiviso tra le antivivisezioniste. Le autrici di maggior rilievo, ad eccezione di Anna Bonus Kingsford, avevano evitato la questione della dieta. Esse per lo più facevano una distinzione tra uccisione degli animali a scopo alimentare – lecita – e tortura – illecita – e tra allevamenti rispettosi del benessere degli animali e il loro sfruttamento indiscriminato e non abbandonarono mai completamente l’idea dell’inferiorità degli animali che nei loro scritti vengono spesso denominati “lower animals” o “brutes”. Al contrario, a parere di Lind af Hageby che, come numerose femministe abbracciò la teosofia – (VSS) – le donne costituivano il 70% dei membri.

Sorretta da una tale visione, Lind af Hageby colse la distruttività del pensiero antropocentrico e androcentrico che pervadeva la scienza, l’organizzazione sociale e le relazioni internazionali. (……)

Anche per Lind af Hageby la vita fu “una lunga lotta e una continua protesta”; i brevi periodi di riposo trascorsi in montagna, durante i quali si abbandonava alla felicità di sentirsi immersa nella bellezza e nella pace, furono sempre di breve durata: “Allora mi ricordavo delle cose che stavano al di là delle mie vette e della mia luce lunare: una visione di prigioni e macelli, di campi di battaglia e di quartieri degradati passavano davanti ai miei occhi. Come potevo dimenticarmene? Il dovere ci impone di scendere, l’amore ci obbliga a condividere la sofferenza”. La sosteneva la speranza che gli esseri umani, e in particolare i bambini – come scrisse in Teach the Child –, imparassero ad amare e rispettare la vita, a meravigliarsi della bellezza della natura, a sentirsi parte di essa, a comprendere la sacralità dell’amore materno, a considerare gli animali “cittadini del mondo”, a godere della loro compagnia, a provare compassione, ovvero non si impoverissero spiritualmente.

 

Author: VegFashion

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1 Comment

  1. Bellissimo articolo….potrei sapere gentilmente se questo testo “Teach the Child” è ancora disponibile da qualche parte o se c’è una fonte che ne parla online? Grazie

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