Simona Segre-Reinach: antropologia della moda cruelty-free

Simona Segre Reinach con Nuccia (@Diego Olivieri)

Simona Segre-Reinach, antropologa culturale, è docente di Fashion Studies nell’Università di Bologna, dirige la rivista scientifica ZoneModa Journal, è autrice di numerosi e importanti manuali di teoria della moda e della curatela di moda (in calce la bibliografia).

Ho conosciuto Simona nella primavera del 2014, quando mi invitò a parlare del mio VegFashion e di moda cruelty-free nel suo corso di laurea in Culture e pratiche della Moda. Ho il ricordo di una giornata intensa, con tanti giovani studenti, tutti attentissimi, curiosi e con domande incalzanti. Simona mi colpì da subito per la gentilezza, l’eleganza sottile e la luce chiara degli occhi. Da allora, ci siamo reciprocamente seguite con attenzione e affetto nel corso degli anni.

Come è nata la tua passione per la moda e per i suoi significati antropologici, culturali e sociali?

“Ho una formazione da antropologa. L’interesse per la moda è iniziata più tardi quando ho lavorato nel marketing. Avevo molti clienti nel settore della moda, e mi sono appassionata. Quando ho iniziato a collaborare con l’Università, ho cominciato ad approfondire le connessioni tra antropologia e moda.

La scelta di un abito, di un brand, di un accessorio, oltre a rispecchiare il nostro gusto, la nostra sensibilità estetica e le nostre esigenze pratiche, è anche un messaggio sociale?

Certo: la scelta di un look coinvolge la nostra identità, il nostro volere fare parte di un gruppo e nel contempo distinguerci dalla massa, come già teorizzava George Simmel all’inizio del ‘900. Oggi, scegliere un guardaroba cruelty-free è anche dire qualcosa di noi, dei nostri ideali, del nostro porci nel mondo. Credo che l’aspetto sociale e antropologico della moda sia altrettanto importante del fattore estetico: vestirsi bene con cose belle che hanno fatto meno male possibile ad altre creature, è un segno di individualità, di scelta consapevole.

Come è nata la tua ricerca per la moda cruelty-free?

Gli animali sono sempre entrati nella nostra rappresentazione, nella simbologia, in tutti i campi – religioso, artistico, letterario. Gli animali non sono importanti solo come corpi viventi, ma anche come significanti. Ho cominciato a studiare questo aspetto antropologico-estetico calato nella moda, con riflessioni poi raccolte nel mio libro “Jungle. L’immaginario animale nella moda” del 2017. Poi, ho iniziato a riflettere sullo sfruttamento degli animali nel mondo della moda, e a cercare alternative. A me piace pensare che la moda possa essere uno strumento che ci fa sognare senza crudeltà.

Nel corso degli anni, hai visto modificarsi le sensibilità, le richieste e gli interessi legati al mondo della moda? Quali sono oggi secondo te i temi più importanti legati alla moda?

Negli ultimi anni la sostenibilità è l’argomento più significativo. Anche la politica: nelle sfilate, nelle passerelle, gli stilisti vogliono dire qualcosa che non sia solo estetica, lanciando messaggi forti che riguardano la società. La sostenibilità è un tema fortemente politico. In particolare, i giovani sono molto sensibili e interessati al tema della sostenibilità e dell’ambientalismo. Quello che è nuovo è che finalmente si comincia a parlare di animali. Per fortuna si comincia a capire che i materiali di derivazione animale non sono sempre “naturali”, anzi: nulla è più innaturale degli allevamenti di animali da pelliccia e da lane pregiate, della produzione di pelle e cuoio. Sarebbe importante avere etichette complete su abiti, calzature e borse, come per gli alimenti, che indichino chiaramente la composizione, la filiera, le certificazioni.

Che rapporto c’è tra animalismo e moda?

Fino a poco tempo fa gli ambiti erano molto separati: gli animalisti vivono nel loro mondo chiuso, la moda pure. Ci sono finalmente delle aperture, con reciproche forme di accrescimento, conoscenza e integrazione.

C’è una diffusa dissonanza cognitiva: tante persone adorano il loro cane, ma indossano pelli, pellicce e bordi di pelliccia di altri animali.  La moda prevalente punta su questa dissociazione cognitiva. Ricordo ad esempio una mostra a Milano delle foto di moda di Richard Avedon a Palazzo Reale: una meravigliosa foto di una  modella vestita Dior in mezzo agli elefanti. Nella foto, in basso, si vedono le catene che bloccano le zampe degli elefanti, ma a nessuno importa che questa immagine meravigliosa sia fatta con animali schiavizzati.

Che rapporto hai con gli animali non-umani?

Sono veramente triste per la loro condizione, per tutti gli animali di cui ci serviamo in tantissimi ambiti. Mi fa soffrire la loro innocenza, il loro non poter essere che quello che sono, e noi siamo più forti. Questa discrepanza temo non si supererà: siamo animali anche noi, ma siamo animali che hanno il potere. Ma credo nelle piccole azioni concrete: con le mie scelte di vita – cosa mangiare, come vestirmi – posso incidere nel mondo.

Amo tutti gli animali, ma come attitudine personale il “mio” animale è sempre stato il cane. Con i cani mi capisco immediatamente. Con la mia Nuccia siamo vissute in simbiosi fino a quest’estate, quando è mancata. Un dolore immenso.

Per i tuoi impegni di insegnamento, ricerca e convegni, sei costretta a consumare spesso i pasti fuori casa. Trovi difficoltà a seguire le tue scelte alimentari?

A volte è un po’ deprivativo e faticoso, oppure sei invitato e ti sembra di essere un problema, cerco di fare del mio meglio. Credo che sia più difficile la scelta vegana nell’alimentazione che nel vestire: vestire cruelty-free oggi è facile, basta un minimo di impegno nella ricerca; mentre seguire una alimentazione vegana fuori casa è ancora tanto complicato. Inoltre, per il cibo è come parlare un’altra lingua: cambia il modo di cucinare, di fare la spesa, mette in discussione tradizioni famigliari e sociali.

Quali sono i materiali alternativi che ti affascinano di più?

In passato, un grande ostacolo ai materiali alternativi era l’accusa di essere derivati dalla plastica. Anni fa era vero, oggi non è più così: per la maggior parte, si tratta di materiali naturali. Tra le tante nuove proposte, sono affascinata dall’utilizzo dei miceli, filamenti dei funghi: sono molto versatili, robusti e biodegradabili, si possono realizzare cose magnifiche. Mi sembra un settore che può dare ampia possibilità. Un settore importante e in espansione è anche quello del riutilizzo degli scarti vegetali. Sono due filosofie diverse: riutilizzare materiali che già ci sono, o creare nuovi materiali.

Hermès, che vive sul cuoio, è uno degli investitori nella ricerca sull’utilizzo dei miceli: credo che i più grandi protagonisti del brand del lusso abbiano capito che la svolta è importante, hanno capito che le cose devono essere cambiate almeno sotto il profilo della ecosostenibilità.

Che progetti hai per l’immediato futuro?

A fine ottobre uscirà il mio nuovo libro “Per un vestire gentile. Moda e liberazione animale”. Con “gentile” intendo un abbigliamento che non abbia crudeltà, neppure nascoste. Spero che questo lavoro aiuti gli studenti a inserire il cruelty-free tra gli aspetti essenziali della nuova creatività stilistica, vorrei dare loro le basi per nuovi orizzonti e nuovi approcci. Sono particolarmente contenta per la prefazione di Gustavo Gandini, Garante dei diritti per gli animali del Comune di Milano. Sono felicissima che abbia condiviso questa nuova sensibilità.

Considero questo lavoro un punto di partenza, non di arrivo. Mi piacerebbe studiare di più le possibilità future e proseguire nella ricerca di aziende che realizzano nuovi materiali. C’è poi bisogno di una riflessione profonda ulteriore: abbiamo capito ciò che bisogna abbandonare, ma ci sono ancora tante incertezze. Ad esempio, ci sono pochi grandi gruppi che stanno investendo in materiali alternativo, e se li stanno accaparrando pochi grandi stilisti.

Grazie Simona, per questa chiaccherata, che apre nuovi orizzonti di gentilezza, creatività e eleganza!

Bibliografia principale di Simona Segre Reinach: La moda. Un’introduzione (Laterza 2010), Un mondo di mode (Laterza 2011), Exhibit! La moda esposta. Lo spazio della mostra e lo spazio della marca (Bruno Mondadori-Pearson 2017); monografie, Biki. Visioni francesi per una moda italiana (Rizzoli 2019); ricerche internazionali, Fashion in Multiple Chinas. Chinese styles in the Transglobal Landscape (Tauris-Bloomsbury 2018). Ha curato e co-curato le mostre: “80s-90s Facing Beauties. Italian Fashion and Japanese Fashion at a Glance” (Rimini, Museo della città 2013); “Jungle. L’immaginario animale nella moda” (Torino, Venaria Reale 2017); “Rodrigo Pais. Sguardi sulla moda (fotografie 1956-1966)” (Biblioteca Universitaria di Bologna 2022).

Author: VegFashion

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