A fine anno entrerà in vigore il Regolamento UE per limitare la deforestazione legata all’industria e al commercio europei. Ma le imprese italiane della lavorazione della pelle e del cuoio – materiali legati alle filiere più inquinanti e impattanti sulla deforestazione – si oppongono con forza

Deforestazione (ph. PETA)

L’allevamento di animali per la produzione di cibo e pelle richiede grandi quantità di acqua e migliaia di ettari di pascoli, che devono essere disboscati. Circa l’80% della foresta pluviale amazzonica è stata disboscata per far posto ai pascoli o alle coltivazioni di soia per l’alimentazione animale. La deforestazione causa la perdita di habitat per milioni di specie, elimina la copertura arborea della Terra e determina il cambiamento climatico.

Il Regolamento UE sulla deforestazione 2023/1115 del 31 maggio 2023 relativo alla messa a disposizione sul mercato dell’Unione e all’esportazione dall’Unione di materie prime e prodotti associati alla deforestazione e al degrado forestale (e che abroga il regolamento UE n. 995/2010) ha lo scopo di ridurre al minimo il disboscamento e il degrado forestale imputabili all’Unione Europea, oltre che a tutelare la biodiversità.

Il nuovo regolamento, con alcune eccezioni, si applica a decorrere dal 30 dicembre 2024: da quella data, tutte quelle filiere che importano determinati prodotti o materie prime come carne bovina, cacao, caffè, gomma, soia, legno, palma da olio ma anche derivati, come il cuoio e il pellame, devono dimostrare attraverso la tracciabilità che non siano provenienti da terreni oggetto di deforestazione o degrado ambientale. Le imprese dovranno svolgere una due-diligence, evidenziando la provenienza delle materie importate e esercitando la necessaria diligenza affinché non ci siano rischi legati alla deforestazione.

Pellame

Alle nuove importanti norme contro la deforestazione si oppone con forza l’industria conciaria italiana  rappresentata da Unic (Concerie italiane) e spalleggiata pubblicamente dal ministro del Made in Italy, sostenendo che si tratta di un carico eccessivo di responsabilità e controlli imposto alle industrie conciarie, e evidenziando che il 90% delle pelli che si lavorano in Italia provengono dall’estero e, quindi, sarebbero difficili da tracciare.

Ma proprio le motivazioni addotte dai rappresentanti dell’industria conciaria dimostrano, al contrario, che di questo regolamento c’è davvero bisogno: l’opposizione al tracciamento significa che c’è opacità sulla provenienza delle pelli e, anzi, che vi è pressochè la certezza che provengano da una filiera di sfruttamento del suolo, deforestazione e inquinamento.

Affermano inoltre i rappresentanti dell’industria conciaria che pelle e cuoio sarebbero un sottoprodotto dell’industria della carne e, quindi, farebbero parte in realtà di un economia circolare virtuosa. Ma non è davvero così! Non si può nel caso delle pelli parlare di sottoprodotto della carne, come se fossero un parte di un commercio virtuoso, di un rifiuto da economia circolare: la pelle è un co-prodotto, perché ha un valore economico tale da essere una leva economica per gli allevamenti e in questo caso fa parte di quello che è l’impatto degli allevamenti bovini sulla deforestazione. Si veda qui il nostro approfondimento.

“L’impatto dei consumi italiani sulla deforestazione tropicale è di circa 50mila ettari di foresta all’anno. Più o meno pari a quanto crescono le foreste italiane. In pratica mentre i nostri boschi aumentano, noi delocalizziamo l’impatto fuori, magari in Amazzonia. Dobbiamo dunque lavorare per diminuire il nostro impatto all’estero, a partire dalla soia e i bovini, ma anche per i prodotti come le pelli. Capisco che non si possa solo denunciare, perché è necessario pensare al bene delle imprese: però già oggi esistono soluzioni, come le eco-pelli, o quelle sintetiche, che potrebbero aiutare a deforestare meno. Oppure, come appunto chiede l’Europa, continuare con gli attuali sistemi, ma con una tracciabilità che non lasci spazio a dubbi”  evidenzia il prof. Giorgio Vacchiano, docente in Gestione e pianificazione forestale presso l’Università Statale di Milano, in un’intervista a La Repubblica.

Oggi il mercato offre tante alternative a pelle e cuoio di origine animale: materiali non solo belli, morbidi e duraturi, ma sopratutto che evitano sofferenze e morte a milioni di animali, e non impattano su foreste e ecosistemi. Qui il nostro glossario sui diversi tipi di pelle sintetica e eco-sostenibile.

Bovini verso il macello