Animot 14 – a cura di Monica Gazzola

E’ uscito l’8 marzo il numero 14 di Animot, diretto da Gabi Scardi e Valentina Avanzini, dedicato ai diritti degli animali non umani, e che ho avuto la gioia di curare. Animot è una rivista semestrale nata nel 2017 che, come suggerisce la parola coniata da Jacques Derrida per pluralizzare e ridare volto agli animali, esplora il tema dell’animalità alla luce degli Animal Studies, in un dialogo tra filosofia e architettura, scienze naturali e storia dell’arte, teoria politica e letteratura.  Qui la mia introduzione, che spero riesca a trasmettere la ricchezza di riflessioni e la bellezza di immagini offerte da Autrici e Autori.

Introduzione – Lupi, streghe, attivisti e altri animali

Quando Gabi Scardi mi ha chiesto di curare un numero di Animot incentrato sui diritti degli animali non umani, nel pensare ai possibili interventi mi sono trovata a riflettere sul fatto che mancherà, ancora una volta, come sempre, la voce dei diretti interessati.

Nell’affrontare tematiche legate ai diritti delle minoranze, delle donne, dei soggetti più deboli, comunque è la voce dei diretti interessati e delle loro rappresentanze che emerge, rivendica, protesta e chiede.

Con gli animali non umani c’è sempre necessariamente un filtro, un dover farci noi portavoce di istanze che noi stessi umani immaginiamo e elaboriamo.

La barriera fonocentrica è forse il cardine dell’antropocentrismo: a partire dall’equazione aristotelica del λόγος come linguaggio e ragione, passando per le elucubrazioni cartesiane di riduzione degli animali a macchine, l’identificazione tra mondo e linguaggio umano di Haidegger e tra coscienza e linguaggio di Chomsky, fino agli attuali neo-cartesiani, sempre la linea di demarcazione, il baluardo di quell’alterità che giustifica ogni sopruso, sfruttamento e orrore, è il linguaggio umano.

In realtà, la barriera fonocentrica è una linea Maginot fittizia, artificiosamente mantenuta per giustificare il perdurare dell’oppressione. Etologia e zoosemiotica evidenziano la coscienza di sé per la maggior parte degli animali e la grande varietà di capacità comunicative di animali non umani, collegate a capacità di apprendimento e elaborazione. Filosofia e neuroscienze prospettano come l’assunto della correlazione tra linguaggio grammaticale, pensiero e coscienza appare più frutto di un postulato aprioristico che non una verità scientifica: dai “giochi linguistici” di Wittgestein, per cui più che sull’origine innata del linguaggio occorre guardare al linguaggio come pratica sociale agli studi di Humberto Maturana e Francisco Varela che affermano l’indipendenza del pensiero dal linguaggio e l’esistenza di linguaggi anche in animali diversi dall’uomo: il linguaggio è un comportamento orientante, non denotativo, e che come tale è proprio non solo dell’uomo.

La legge e il processo, queste rappresentazioni massime dell’elaborazione sociale umana, laddove dovrebbero prevenirsi e ricomporsi le lacerazioni della comunità nel nome della Giustizia, sono forse i luoghi ove maggiormente il linguaggio umano esplica tutto il suo potere. La legge attribuisce diritti e doveri, la parola nel processo spiega, confuta, difende o accusa.

Nel mondo del diritto, gli animali non umani sono sempre stati afoni. Nel mondo occupato dagli umani, gli animali sono sempre stati trattati alla stregua di res, oggetto di sfruttamento e crudeltà.

Se per gli animali c.d. da compagnia – i pets – qualcosa nella sensibilità collettiva e, quindi, nel mondo giuridico, sta cambiando, la maggior parte degli animali continua a rimanere relegata nel silenzio imposto dagli umani e nella esclusione da ogni considerazione di equità e giustizia.

In questo numero di Animot abbiamo voluto dare voce ai senza voce, raccogliendo letture e riflessioni che offrono nuove prospettive e paradigmi non antropocentrici.

Le grida soffocate degli animali rinchiusi nei centri di ricerca trovano voce attraverso le azioni di attivistə, come racconta Maria Cristina Giussani in una appassionata ricostruzione del processo contro gli attivisti che avevano occupato lo stabulario dell’Università degli Studi di Milano e liberato delle cavie, e come rivendica un attivista da lei intervistato.

I passi felpati dei lupi che finalmente stanno uscendo dal pericolo di estinzione in Europa e per questo si vorrebbero fare uscire anche dalla protezione legislativa, trovano voce nella giustizia sovranazionale attraverso l’elaborazione e applicazione del principio di precauzione, come Sara De Vido e Sara Del Monaco spiegano nell’accurata analisi della vicenda e della sentenza relativa al caso Tapiola.

Cercano di dar voce agli animali non umani filosofə e giuristə che propongono nuove categorie concettuali per l’attribuzione di tutele e diritti agli animali non umani, e avvocatə e magistratə impegnatə nelle aule nazionali e sovranazionali nella difficile opera ermeneutica di tutelare gli animali non umani applicando norme ancora antropocentriche, come ripercorro nel mio scritto.

La voce e la coscienza degli animali sono state umanizzate nei processi alle streghe, nei processi contro gli animali e nelle zooepiche, come ricostruiscono Ginevra Quadri Curzio e Massimo Centini nei loro studi storici: e, forse, nel portare in tribunale un animale, gli si riconosceva indirettamente dignità morale e capacità d’intelletto, apparendo quindi i tribunali medioevali più civili che non la nostra cultura attuale intrisa di pietas kantiana.

Grida e lacrime si levano anche nel mondo che più parrebbe regno della bellezza e della leggerezza: nella conversazione tra Alessandra Vaccari e Simona Segre Reinach, vengono smascherate le ipocrisie dell’industria del fashion e si offrono prospettive per un cambio di paradigma.

Gli animali gridano nei roghi delle foreste, nelle terre alluvionate, nei fiumi morenti, nei ghiacciai devastati dal cambiamento climatico. Pierluigi Musarò e Lorenza Villani affrontano l’attualissimo tema dei movimenti per il clima e l’ambiente, e le loro – esistenti o meno – interazioni con la tutela degli animali.

Infine, una visione futura nella conversazione di Valentina Avanzini e Gabi Scardi con Dardha D’Souza e Jonas Staal: un tribunale per crimini climatici intergenerazionali, ove possano avere voce animali, piante, tutti i viventi nonumani e dagli umani oppressi e violentati.

Tra i diversi scritti, si aprono a dar voce agli animali non umani, forse nel modo più potente, le creazioni artistiche di Nada Prlja e di Simona Da Pozzo e le foto di Jo-Anne McAthur: l’arte supera le barriere fonocentriche, azzera i pregiudizi specisti, e ci obbliga a ripensare il nostro essere nel mondo.

Grazie di cuore a Gabi, a Valentina, a tuttə coloro che si sono messi in gioco in quest’avventura. E grazie a chi ci leggerà e darà tempo, spazio e ascolto alle voci nostre e degli altri animali.