Federica Timeto, Animali si diventa, Tamu 2024

Ho conosciuto Federica Timeto, docente di Critical Animal Studies all’Università Cà Foscari Venezia, in occasione del corso WHALE sui diritti degli animali.  Studiosa e attivista dei movimenti antispecisti, femministi, antirazzisti e queer, da poco ha pubblicato “Animali si diventa – Femminismi e liberazioni animali” per le edizioni Tamu, in cui raccoglie e approfondisce il suo pensiero.

Il titolo richiama l’affermazione di Simone De Beauvoir “Donne non si nasce, si diventa”, che enfatizza la dimensione culturalmente costruita della femminilità, per sottolineare che, se è vero che animali biologicamente si nasce, è altrettanto vero che l’animalizzazione di un essere vivente è frutto di una elaborazione culturale prevaricatrice. Punto centrale del pensiero di Timeto è che attraverso il femminismo eco-veg emerge l’idea di una giustizia sociale multispecie capace di scardinare anche il dualismo più profondo e caratterizzante della cultura occidentale, ossia quello tra umani e animali non umani.

L’Autrice analizza come i rapporti di potere e prevaricazione costellino la nostra storia umana e come i movimenti animalisti e antispecisti si intreccino con le rivendicazioni e le lotte antirazziste, femministe e queer, articolando le diverse questioni in capitoli autonomi ma interdipendenti tra loro. Temi e concetti sono complessi e poco conosciuti anche nel dibattito animalista e femminista; il grande pregio del volume è di affrontarli con precisione e ampiezza, evidenziandone anche contraddizioni e criticità, e sempre con linguaggio accessibile e non accademico. Il risultato è un testo denso, ricco di spunti, riferimenti storici e culturali, ma mai autocompiaciuto e di agevole lettura e comprensione.

I primi due capitoli La questione animale nel femminismo occidentale e Razzismo, animalizzazione, colonialismo hanno un taglio più storico-sociologico. Il primo racconta le protagoniste femministe dei primi movimenti a difesa degli animali, con un’attenzione particolare alla vivisezione, da Mary Wollstonecraft alle suffragette. Il secondo narra dell’intersezione tra specismo, schiavitù e razzismo. Sono un pugno nello stomaco le pagine sulla riduzione dei neri, e in particolare delle donne nere, a animali da lavoro, cavie da laboratorio e macchine da riproduzione – una storia del colonialismo accuratamente rimossa e nascosta, che solo di recente sta trovando spazi di critica e discussione. E rimane impressa per sempre Saarttjie Baartman, conosciuta come “Venere Ottentotta”, comprata e contrabbandata, esibita come fenomeno da baraccone e, dopo la morte nel 1815, a 26 anni, esposta come esemplare da museo. Solo nel 2002 le sue spoglie furono restituite ai griqua in Sudafrica. Timeto ricorda le principali protagoniste del femminismo nero, antispecista e decoloniale, in particolare le autrici dell’antologia Sistah Vegan curata da Breeze Harper e  la filosofa del diritto Maneesha Deckha, sottolineando “la necessità che le oppressioni che si richiamano tra loro richiedano una comparazione attenta alle somiglianze ma anche il riconoscimento delle specificità di ciascuna relazione di dominio, al fine di smantellare i rapporti su cui i sistemi di oppressione si reggono” (p.77).

Nei successivi capitoli Dall’ecovegfemminismo ai feminist animal studies, Il campo delle relazioni e Veganismo come politica femminista, l’Autrice ripercorre, anche in chiave critica, il pensiero animalista e antispecista occidentale, dai c.d. “padri fondatori” Peter Singer e Tom Regan alle eco-veg-femministe, per poi soffermarsi sul veganismo inteso non come dieta ma come politica femminista, contrapposta al carnivorismo: “fatti, valori e impegno quotidiano e collettivo fanno dell’antispecismo politico una pratica di liberazione della vita condivisa che non può trovare realizzazione dentro l’attuale sistema animal-industriale, motivo per cui esso spinge affinchè cambino le condizioni” (p.167).

L’Autrice non si limita a ripercorrere e ricordare la stretta correlazione tra lo sfruttamento del corpo femminile umano e lo sfruttamento dei corpi degli animali non umani, evidenziata da Carol Adams nel suo ormai classico Carne da macello, ma altresì richiama l’attenzione sul pericolo che anche le battaglie animaliste possano cadere nell’abilismo e nel razzismo, laddove inneggiano a corpi scolpiti, perfetti, bianchi, per caldeggiare l’alimentazione vegana. Così pure, nel ricordare il fondamentale pensiero di Donna Haraway – che pure è un suo punto di riferimento -, pone in guardia contro certi “cortocircuiti”, come l’appiattire la pratica del veganismo sulla questione della scelta e l’affermare che la richiesta della chiusura degli allevamenti costituirebbe una scelta pro-morte, in quanto comporterebbe la distruzione delle storie della coevoluzione delle specie compagne.

Da ultimo, in Norma eterosessuale, riproduzione e corpi animali, l’Autrice affronta più nello specifico il rapporto tra norma eterosessuale e specismo, aprendo a un antispecismo queer come antispecismo non riproduttivo, orientato alla creazione di relazioni non di sangue, non familistiche, bensì trasversali, non proprietarie, sempre interrogandosi sulla responsabilità di una giustizia ambientale multispecie, riconoscendo anche le contraddizioni.

Personalmente, ho trovato particolarmente coraggioso e attuale il capitoletto Veganismo indigeno. Molto spesso, anche in ambiti sensibili alle questioni animaliste, si ascoltano parole di comprensione e condivisione rispetto all’uccisione e allo sfruttamento di animali da parte di popolazioni indigene e/o nell’ambito di tradizioni culturali e religiose. L’Autrice richiama le riflessioni di Yamini Narayanan che decostruisce il mito della vacca sacra indiana, mito in cui confluiscono retoriche nazionaliste, classiste e sessiste. Riporta poi il pensiero di Claire Jean Kim sulla caccia alle balene praticata dalla tribù nativa makah negli Stati Uniti: “Kim si chiede perchè si debbano sacrificare le balene sull’altare dell’anticolonialismo e della sovranità dei nativi. Quella che viene meno, in tutto questo, è proprio la prospettiva delle balene” (p.164); e di Margaret Robinson, studiosa mi’kmaq, che rilegge le tradizioni aborigene in chiave anticoloniale, prospettando un veganismo aborigeno in contrapposizione al carnismo dei colonizzatori. Così conclude l’Autrice, con una riflessione che è anche la mia: “Non esistono modi rispettosi nè romanticamente ancestrali di uccidere, perchè la morte degli altri animali pone fine a qualsiasi possibile relazione fra umano e animale, anche quella apparentemente basata sul ‘rispetto’, sulla reciprocità, sulla tradizione” (p.166).

Grazie Federica per questo prezioso lavoro, utile per provare un pò a capire, con la mente e con il cuore, gli infiniti modi possibili di vita e di relazione lontani il più possibile da violenze e prevaricazioni.